Canapa, chiarimenti su uso erboristico e livelli di THC negli alimenti

Dopo aver ottenuto, nel dicembre 2016, l’approvazione della prima legge per il rilancio della canapa industriale, comparto che può divenire cruciale per l’agricoltura italiana e per l’indotto, continuiamo a fare pressione  affinché si dia slancio a tutta la filiera agroindustriale.

Con una risoluzione presentata nelle Commissioni congiunte Affari Sociali e Agricoltura di Montecitorio, abbiamo chiesto al Governo di attivarsi per consentire l’uso floreale ed erboristico delle infiorescenze della canapa industriale, creando una regolamentazione ad hoc in grado di colmare l’attuale vuoto legislativo ed escludendole dalla normativa sui medicinali, anche alla luce della Convenzione unica sugli stupefacenti adottata a New York il 30 marzo 1961.

Alla luce della fissazione allo 0,6% del limite massimo di THC ammesso nella coltivazione, come previsto nella legge  per il rilancio della canapa industriale approvato l’anno scorso, le infiorescenze della canapa industriale potrebbero restare escluse dall’applicazione delle norme sui medicinali alle quale sono, invece, attualmente soggette in considerazione delle sostanze farmacologiche ritenute attive presenti nelle infiorescenze della cannabis. Infatti, benché contenenti tracce di THC, il quantitativo di principio attivo presente non è di misura tale da provocare effetti stupefacenti o psicotropi, come peraltro già affermato da anni dagli stessi Istituto Superiore di Sanità e Ministero della Salute, consentendo, di conseguenza, l’immissione sul mercato di prodotti derivanti da canapa industriale certificata e tracciata diversi dalla fibra o dal seme. Si tratta, quindi, solo di eliminare l’attuale “corto circuito” dando seguito al parere stesso di Governo e ISS in modo da liberare un altro segmento della filiera produttiva della canapa industriale da cui possono nascere nuove opportunità professionali e imprenditoriali.

E’ una delle questioni che rischia di tenere ferma al palo la crescita delle aziende che si occupano di canapa alimentare e derivati ad uso umano: le soglie di THC che possono essere contenute in questo tipo di prodotti.

Secondo la legge nazionale sulla canapa pubblicata a fine 2016, il ministero della Salute avrebbe avuto 6 mesi di tempo dall’entrata in vigore della legge per legiferare in materia e dare finalmente delle indicazioni chiare ad agricoltori, trasformatori e produttori.

La legge è entrata in vigore in gennaio e quindi i sei mesi sono scaduti a luglio, ma dal ministero della salute, dopo il decreto che ha fissato il prezzo della cannabis terapeutica arriva solo un grande silenzio.

Abbiamo inoltre chiesto di indicare i livelli massimi di residui di THC ammessi negli alimenti per i quali il ministero della Salute avrebbe dovuto emanare un apposito decreto entro lo scorso giugno, come disposto all’articolo 5 della legge come previsto in un ordine del giorno a firma Silvia Benedetti approvato in Aula alla Camera. Abbiamo chiesto  in un’ interrogazione  a che punto è l’adozione di questa misura per far ripartire uno dei segmenti principali della filiera della canapa.

Il vuoto normativo in materia di canapa industriale relativamente al contenuto massimo di THC negli alimenti continua a creare non pochi problemi agli agricoltori e alle aziende impegnate nel rilanciare una moderna filiera produttiva, in Italia, come nel resto d’Europa.

Per cercare di ovviare a questo problema l’EIHA (European Industrial Hemp Association) nel 2015 aveva incaricato il Nova Institute di realizzare uno studio e proporre alla Commissione Europea di utilizzare valori che abbiano una base scientifica, proteggano i consumatori e sostengano la crescita del mercato di prodotti alimentari contenenti canapa. Attualmente  secondo le normative europee, le parti di pianta utilizzate come alimento, devono derivare da colture di varietà consentite, che non contengano più dello 0,2% di THC, analizzando la sostanza secca della parte apicale ( il terzo superiore dello stelo). Comunque ad oggi non ci sono regolamenti UE chiari sul contenuto di THC ammesso negli alimenti; solo tre Paesi, Germania, Belgio e Svizzera, hanno delle norme di riferimento o limiti, che differiscono nei propositi e negli scopi legislativi, lasciando infine produttori e consumatori in uno stato di totale disinformazione, esposti potenzialmente a sanzioni e costi imprevisti.

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